La complicata Agenda 2023 per Viale Mazzini

Non è necessario essere particolarmente preveggenti per supporre che l’anno appena iniziato potrebbe essere alquanto complicato per la Rai, per il Servizio Pubblico.

Questi i temi in agenda.

Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai. Siamo ancora in alto mare e le complicate alchimia della politica non lasciano molto spazio ad interpretazioni granitiche. Dopo oltre un mese dalla nomina di Lorenzo Guerini (PD) come presidente del Copasir, dell’altra Commissione di garanzia che spetta all’opposizione non ci sono tracce ne dei nuovi componenti che il Parlamento non ha indicato e tantomeno del successore di Alberto Barachini. Le trattative sono in stallo sia tra Governo e opposizione, sia all’interno dell’opposizione e, per quanto abbiamo potuto sapere, anche all’interno dei singoli partiti, in particolare nel M5S. Per quanto noto, il Governo non ha e non dovrebbe avere voce in capitolo su questo argomento, però è giocoforza supporre che possa “osservare” il tema con grande attenzione. Non appare del tutto inverosimile l’ipotesi che sia proprio a Palazzo Chigi il freno alla soluzione del problema. C’è chi sostiene che si possa trattare di una specie di ricatto: fintanto che non si “sblocca” qualcosa di rilevante e significativo a Viale Mazzini (vedi Fuortes) a San Macuto non si tocca palla.  Ipotesi suggestiva ma forse poco robusta. È pur vero che la mancata nomina della Vigilanza per la Rai significa bloccare il proseguimento del dibattito sul nuovo Contratto di Servizio (vedi avanti) ma la sua competenza, nel merito, non ha un raggio di azione immediato ma solo dopo che il Ministero e il Cda Rai hanno completato la loro parte sulla redazione di una bozza condivisa che ancora invece non è dato conoscere. Anzi.

Per voler rimanere dalle parti di Palazzo Chigi, ci sono altre due ipotesi che vale la pena ricordare. La prima è una specie di “cambiale” che il Governo potrebbe sottoscrivere con quella parte di opposizione riconducibile a Renzi/Calenda che vorrebbe candidare alla presidenza la Boschi. Una specie di baratto a futura memoria. L’argomento è plausibile ma forse poco praticabile. L’altra ipotesi che potrebbe ricondurre ad un suo “interesse” a mantenere la situazione in stallo si può fa risalire al proposito di voler mettere le mani su tutto il perimetro delle TLC, a partire dalla rete unica, dove però non ci sarebbero idee molto chiare e allora, qualcuno ragiona, è opportuno prendere tempo. 

Infine, per come sono andate le cose con il Copasir, in teoria il PD non dovrebbe avere difficoltà a sostenere un candidato del M5S. I nomi che sono circolati sono stati quelli di Riccardo Ricciardi e di Stefano Patuanelli. Due nomi “pesanti” dove però il secondo (ex ministro MISE) risulta essere più “gradito” al centro destra rispetto al fedelissimo di Conte. Dalle parti del PD lasciano intendere che la fonte dello stallo sia in casa del Movimento e non appare una teoria del tutto bizantina. Troppo delicato l’argomento per lasciarsi sfuggire di mano una posizione di tale rilievo. Con l’aria che tira sul futuro del PD, vedere gli “alleati” in difficoltà poi è tutto vantaggio. Significativa la dichiarazione del Senatore Licheri (M5S) a La Notizia: “È fondamentale arrivare a una presidenza autorevole, equilibrata e capace di garantire i diritti e le esigenze di tutti all’interno di un organo di garanzia così importante. La Commissione di Vigilanza Rai non può correre il rischio di essere gracile o peggio permeabile. Meglio prendersi tutto il tempo che occorre e costruire un soggetto parlamentare forte e indipendente”.

Canone.

La partita sul futuro del canone Rai è stata solo rinviata ma non chiusa del tutto. Solo last minute il nuovo ministro Giorgetti ha decretato che il pagamento del canone resta in bolletta in quanto non sono state rilevate criticità in contrasto con gli adempimenti previsti dal PNRR. Almeno per il 2023, poi si vedrà. Il suo collega di partito Salvini però non sembra essere della stessa opinione e, infatti, non fa che ricordare anche su Tik Tok che è un suo specifico impegno andare verso la cancellazione dell’imposta. Quando e in che modo sostituirla però non è dato sapere. Ma le modalità di riscossione sono solo una parte del problema: oggi, per gli amministratori di Viale Mazzini si pone un tema ben più pressante: come compensare le possibili perdite già prevedibili su due fronti: i mancati introiti per le bollette non pagate 2022 e il canone speciale dovuto dagli esercenti attività commerciali. Non si azzardano cifre ma i numeri di cui si ha notizia sono rilevanti: da Sky Tg24 dello scorso ottobre leggiamo che “L’aumento del prezzo dell’energia ha portato 4,7 milioni di italiani a saltare il pagamento di una o più bollette luce e gas negli ultimi 9 mesi”. Il passaggio dalla morosità all’evasione potrebbe essere breve. Altro capitolo sensibile è il canone speciale che sui libri contabili Rai vale per oltre 70 mln di euro in condizioni “normali” che oggi, purtroppo, non sono. Gli esercenti sono ancora sotto i colpi di una crisi prima determinata dal Covid e ora da una pressione dei prezzi energetici sempre meno sostenibili.

Contratto di servizio.

La trattativa per la stesura del Contratto di servizio è attualmente fermo alla “fase 3” che prevede la scrittura di una bozza condivisa tra Viale Mazzini e il MiMi. Dopo aver acquisito le linee guida del Governo e di AgCom si tratta ora di formulare un testo che si dovrà prima approvare formalmente dai due soggetti interessati che dopo il Ministro provvederà ad inviare in Vigilanza per un parere vincolante ma non obbligatorio. Forse, proprio in virtù dell’assenza della Vigilanza, è stata prorogata la scadenza dell’attuale Contratto di oltre 6 mesi. Da parte Rai, al momento sono noti due documenti: il primo è una bozza di lavoro presentata in Cda lo scorso gennaio e il secondo si riferisce ad un testo presentato in Vigilanza Rai lo scorso 21 luglio con un focus particolare sul Piano Immobiliare.

Recentemente, attraverso le colonne de La Stampa si è letto che il MiMi “avrebbe” bocciato una bozza presentata da Viale Mazzini ma, subito dopo la presidente Soldi che dirige il gruppo di lavoro interno e coordinato da una consulente esterna, Cinzia Squadrone, ha smentito la notizia sostenendo che si tratta di “…interlocuzioni tra le parti, come necessario”.

Dibattito pubblico sull’argomento pressochè inesistente: l’ultima occasione c’è stata a luglio scorso promossa da Usigrai e FNSI con il titolo “Una sfida per l’Italia”. Una sfida che nessuno ha potuto raccogliere visto il cambio radicale avvenuto nel panorama politico dopo lo scorso 25 settembre. Quali sono gli orientamenti del Governo sul riassetto futuro della Rai non è dato sapere. Il Contratto di Servizio implica una logica cosiddetta “sinallagmatica” ovvero di impegni richiesti in cambio di risorse certe e garantite. Ad oggi nessuno è in grado di sapere cosa si richiede specificamente alla Rai ovvero qual debba essere la sua “missione” e cosa il Governo è in grado di garantire per gli adempimenti specifici. L’argomento è assolutamente centrale in epoca di restringimento progressivo dl mercato pubblicitario. A parità o forse peggio, a scarsità di risorse, appare difficile supporre che Rai possa sostenere lo sforzo richiesto. O si aumentano le risorse o diminuisce il perimetro di impegno. Quando negli anni scorsi la BBC si è trovata in condizioni simili ha reagito così: “Abbiamo bisogno di una Bbc più semplice per affrontare le sfide che ci aspettano" ha detto Hall che ha aggiunto: "Abbiamo già ridotto in maniera significativa i costi di gestione, ma dobbiamo focalizzarci su cosa davvero conta per realizzare programmi e contenuti di alto livello per tutti i nostri ascoltatori". La prima mossa del direttore generale sarà quella di ridurre da 10 a 7 le persone assegnate in ogni area, poi si passerà alla fusione tra i settori attigui” (da la Repubblica di luglio 2015).

Il nuovo Parlamento su questi temi ancora non è pervenuto. Non c’è fretta. La Rai rallentata, sommessa e priva di prospettive per alcuni va benissimo così.

                                              Patrizio Rossano

La Radio pubblica: cugina lontana di quella commerciale?

Se nel precedente articolo abbiamo azzardato a sostenere che la radio è la sorella povera della televisione, in questa seconda parte azzardiamo a sostenere che la radio pubblica è cugina lontana e sempre più povera di quella commerciale. Forse, converrà mettere un punto interrogativo anche al claim con il quale sono stati presentati recentemente i palinsesti di Radio Rai per il prossimo anno.

Necessario premettere subito che l’unico metro di misura oggi disponibile per valutare questa distanza non gode di consenso unanime sulle modalità di elaborazione dei dati e relative formazione delle classifiche degli ascolti radiofonici. Al momento, è solo disponibile lo strumento promosso e sostenuto dal  Tavolo Editori Radiofonici: “L’indagine RADIO TER è un’indagine campionaria unitaria – rappresentativa della popolazione italiana di 14 anni e oltre – sull’ascolto delle emittenti radiofoniche pubbliche e private, nazionali e locali, condotta per esclusivi fini statistici… L’indagine rileva, infatti, informazioni che consentono di stimare il numero, la composizione e il profilo degli ascoltatori al livello Totale Italia, area geografica e singole regioni, per: La radio nel complesso; Le singole emittenti nazionali e locali iscritte”.  Al RADIO TER aderiscono 12 soci: Aeranti-Corallo, Associazione radio frt, Cn media s.r.l., Elemedia s.p.a., Il sole 24 ore s.p.a., R.T.I. s.p.a., Radio Dimensione Suono s.p.a., Radio Italia s.p.a., Radiomediaset s.p.a., RAI – radiotelevisione italiana s.p.a., RMC italia s.p.a. e infine RTL 102,500 hit radio s.r.l.

La domanda è: quanto sono condivisibili i dati Radio TER? Tre anni addietro Roberto Sergio, l’attuale direttore di Radio Rai, ebbe a dichiarare: “Il dato appena uscito del 2019 è l’ennesima dimostrazione che siamo di fronte a una ricerca non idonea a fotografare la realtà degli ascolti in Italia …I dati che rileva TER sono il risultato delle campagne di comunicazione, della notorietà dei brand e di altri elementi esogeni. Non rappresentano l’ascolto vero delle persone… Se quindi dovesse emergere che l’andamento degli ascolti dipende dagli investimenti pubblicitari e non da quelli sul prodotto, avremmo la prova che questo è un sondaggio e non una ricerca credibile”. Si arriva poi al 6 luglio scorso, quando Lorenzo Sassoli de Bianchi, il presidente UPA, nella sua relazione annuale ha dichiarato : “Peccato non riuscire ancora a misurare la radio in tutte le sue sfaccettature, come meriterebbe. Aspetteremo il maturare della sensibilità degli editori” e, a ridosso di questa considerazione, Sergio in un intervista a Prima Comunicazione, ha commentato “I dati di oggi fotografano la brand awareness, dei canali radiofonici. Se invece parliamo di numeri per avere indicazioni editoriali e per affinare l’offerta, allora TER non è lo strumento giusto …TER funziona ancora con questionari telefonici”. La querelle si conclude alla recente presentazione dei palinsesti radiofonici lo scorso 14 settembre: “La Rai ha preso atto che TER è l’unica currency disponibile e quindi si impegnerà con gli altri editori a far sì che questa ricerca venga migliorata ulteriormente per cercare di avere anche quei risultati di ascolto che non sono solo attraverso l’FM ma tutte le altre reti di distribuzioni spingendo ancora di più sul Dab, grazie a un importante piano di investimenti aziendale”.

Dunque, è su questa base che ci dobbiamo attenere per capire quanto si misura la distanza tra la radiofonia pubblica e quella privata.  Questi i dati resi noti dalla rilevazione del primo semestre TER 2022 (25 gennaio-20 giugno, rilasciati il 14 luglio – giorno medio):

1

Rtl 102.5

6042

2

Rds 100%  successi

4867

3

Radio deejay

4790

4

Radio Italia musica

4530

5

Radio 105

4323

6

Radio kiss kiss

3527

7

Rai radio 1

3422

8

Rai radio 2

2752

9

Virgin radio

2572

10

Radio 24 Sole 24 Ore

2294

11

R101

1909

12

M20

1616

13

RMC

1465

14

Radio Capital

1369

15

Rai radio 3

1270

16

Radio freccia

1269

17

Radio zeta

731

18

Rai isoradio

618

 

Per una lettura più completa ed esaustiva di questa classifica, che include le diverse modalità e piattaforme di ascolto della radio è necessario osservare i 6 diversi device rilevati da TER: radio tradizionale FM, autoradio, televisore, Pc/Tablet,  smartphone e smartspeaker.

Rispetto alla classifica generale di cui sopra, Radio Rai con i suoi tre canali si colloca:

Autoradio (pesa il 48,13% del totale ascolto AQH -  Average Quarter-Hour share): Radio UNO nella nona posizione con 3,59% del 2022 e il 4,45 nel 2021.

Radio tradizionale (32,15% del totale ascolto AQH): Radio Uno in prima posizione con l’8,71% rispetto al 9,52 dell’anno precedente.

Televisione (8,19% del totale ascolto AQH): con Radio Due all’11° posto che passa dal 3,22% del 2021 al 2,06% del 2022.

Smartphone (6,79% del totale ascolto AQH): Radio Uno al 4° posto con il 4,85% rispetto al 4,49% del 2021.  

Pc/Tablet (2,87% del totale ascolto AQH): ancora Radio Due al 9° posto che passa dal 4,69% del 2021 al 3,53 del 2022.

Smartspeaker (1,80% del totale ascolto AQH): Radio Due in seconda posizione e aumenta dal 5,02% dello scorso anno  al 7,68% del 2022.

Dunque, per oltre il 90% dell’ascolto AQH la radio pubblica insegue le radio commerciali ed evidenzia, salvo l’ascolto con lo smartphone e lo smarspeaker, una tendenza negativa.  

Ci sono poi altri numeri dei quali è opportuno tenere considerazione:  i dati pubblicati dalla consueta relazione della Corte dei Conti, lo Studio Economico Settore Radiotelevisivo Privato Italiano - 27° Edizione pubblicato da Confindustria RadioTV lo scorso gennaio e la Relazione e bilanci RAI al 31 dicembre 2021.

Nel primo documento, pubblicato lo scorso maggio, di radio si parla poco (un capitolo invece viene riservato a  Sanremo) e leggiamo solo dati relativi al numero e costo del personale RAI: 11.344 dipendenti per un valore totale di  917,2 mln di Euro. Per quanto riguarda specificamente gli occupati nel settore della radiofonia, leggiamo da Report di CRTV che risultano impiegate nella radiofonia “… 761 unità in calo dell’1,0% rispetto al 2018, 140 e le radio nazionali private con 721 unità, in crescita dell’1,4% rispetto all’anno precedente (711 nel 2018)” (pag. 93). Ovvero, risultano addetti a Radio Rai meno del 10% del totale degli occupati di tutta l’Azienda pubblica.

Non è possibile avere dati disaggregati per quanto riguarda il confronto con gli altri settori, sia per la consistenza numerica sia per la ripartizione dei budget. Il Bilancio RAI non ci aiuta: nella Relazione sulla gestione, la Radio occupa solo 7 pagine mentre la Tv ne occupa oltre 50. Si leggono i profili editoriale, gli andamenti degli ascolti e la vasta offerta proposta ma nulla di più.

Su questi dati, su questo panorama della radiofonia Rai ovvero sull’Ecosistema Audio Suono, come è stata recentemente definito nel corposo report pubblicato dall’Ufficio Studi RAI lo scorso settembre, abbiamo richiesto un incontro a Roberto Sergio, direttore di Radio Rai, e Andrea Vianello, direttore Testata Rai Giornale Radio e Radio Uno. Siamo in attesa di risposta.

                                               Patrizio Rossano

La Radio: sorella povera della Televisione?

La Radio: fino a che punto si può definire la sorella minore, e forse anche minorata, della televisione? Nel vasto perimetro e mercato degli audiovisivi la radio occupa una posizione di tutto rispetto eppure se ne parla, si scrive e si legge poco. Infatti, è molto probabile ascoltare uno spot alla radio che propone un programma tv ma raramente (quasi mai) avviene il contrario. Come pure nella rassegna stampa che ogni giorno arriva sulla mail dei vertici dei broadcasters nazionali mediamente su 10 notizie due sola interessano la radio e 8 la televisione. Se poi in un programma di prima serata televisiva succede che un ospite dice una parolaccia i giornali ci scrivono fiumi di inchiostro, se avviene invece alla radio nessuno se ne accorge. Infine, ci riferisce una fonte che preferisce rimanere anonima, gli inserzionisti pubblicitari spesso si vedono offrire uno spazio gratis alla radio per ogni 3 acquistati alla tv.

In altri termini: la radiofonia soffre di uno stato di subordinazione, di inferiorità narrativa e mediatica apparentemente ingiustificata perché i numeri invece dicono che invece gode sempre di buona  salute e che, anzi, sta evolvendo verso dimensioni nuove e promettenti, sia intermini di “nuovi ascoltatori” sia di mercato.

I dati che vi proponiamo sono tratti da: Confindustria RadioTV, Studio Economico Radio e TV – 27° edizione, gennaio 2022; CENSIS -17° Rapporto sulla Comunicazione, ottobre 2021, e successivo 56° Rapporto sulla situazione del Paese; AGCOM – relaziona annuale al Parlamento (luglio 2022) e terzo Osservatorio trimestrale sulle comunicazioni; Radio TER (Tavolo Editori Radiofonici) Ricerca sugli ascolti, dettaglio dati2022; RAI: Relazione e bilanci al 31 dicembre 2021 e, infine,  il recentissimo volume “Ecostistema Audio Suono” a cura dell’Ufficio Studi Rai.

Iniziamo dalle dimensioni: quanto “vale” la radio da un punto di vista economico e quanto “pesa” in termini di ascoltatori. Anzitutto è necessaria una premessa: le considerazioni che proponiamo sono a valle di un periodo, il post Covid, di particolare complessità sia per quanto riguarda le profonde trasformazioni intervenute in tutto il mercato degli audiovisivi, non solo nazionale, e sia per le mutate condizioni di fruizione del mezzo. Gli oltre due anni di pandemia hanno indotto a modificare stili di vita, comportamenti collettivi e, di conseguenza, significative variazioni nella dieta mediatica consumata dagli italiani.

Iniziamo proprio dai dati più recenti resi noti da TER (Tavolo Editori Radiofonici) lo scorso settembre: “Nel primo semestre 2022, il totale degli ascoltatori radio nel giorno medio è pari a 33,6 milioni, in calo del 2,4% rispetto a quello precedente (34,5 milioni in H2-2021) ma in aumento dell’1,3% rispetto all’omologo 2021 (33,2 milioni in H1-2021); ancora in calo del 3,3% rispetto al primo semestre 2019 (34,8 milioni in H1-2019). Relativamente al dato dei 7 giorni, gli ascoltatori sono pari a 43,1 milioni di individui con una flessione del 2,2% rispetto al semestre precedente (44,1 milioni in H2-2021) ma sostanzialmente in linea rispetto all’omologo dello stesso anno (43,3 in H1-2021); anche in questo caso gli ascolti sono inferiori del 2,4% rispetto al primo semestre 2019. In termini di durata di ascolto, nel giorno medio si conferma un consumo complessivo prossimo alle 3h30’ (207 minuti nel H1-2022)”.

Un primo quadro relativo alle dimensioni economiche della radiofonia nazionale lo fornisce CRTV: “Nel quinquennio 2015 - 2019, i ricavi totali radiotelevisivi in Italia sono aumentati di 270 milioni di euro circa, passando da 9,9 miliardi di euro circa a 10,2 miliardi, con un tasso medio annuo pari allo 0,7%...” mentre, per quanto riguarda “Il settore radiofonico (radio private nazionali + radio di Servizio pubblico + radio locali), inclusa Radio Radicale, registra nel 2019 un valore dei ricavi pari a 671 milioni circa (-0,2% rispetto al 2018), in crescita di 168 milioni di euro negli ultimi 5 anni, con un tasso medio annuo pari a +7,5%.”. Per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria, Aeranti Corallo riporta i dati Nielsen a confronto gennaio 2022 su 2021, pari a oltre 18 mln di euro con una crescita dello 0,8%, a fronte della Tv che nello stesso periodo perde il 4,4% passando da 270 a 257 mln di euro. La tendenza viene confermata anche per il primo semestre di quest’anno con una crescita del 3,6%, cifra esattamente rovesciata al negativo per la Tv.

La Relazione 2022 di AGCOM riporta che “…i ricavi da vendita delle inserzioni pubblicitarie, che crescono del 14,2%, portando il valore complessivo di tale componente a 460 milioni di euro, continuano a rappresentare la fonte prevalente di finanziamento dell’attività radiofonica; anche gli introiti da riscossione del canone per il servizio pubblico radiofonico presentano un andamento in crescita nell’ultimo anno (+5,4%), attestandosi su valori totali pari a 104,8 milioni di euro”. Infine, riportiamo dati tratti dal volume dell’Ufficio Studi Rai “…il mercato radiofonico italiano aveva chiuso l’ultimo anno pre Covid (2019) con un valore complessivo che sfiorava di poco la soglia dei 700 mln di euro, in crescita del 4.2 rispetto al 2018 .. e la raccolta pubblicitaria da 480 mln del 2015 a 533 mln del 2019… A seguito della crisi indotta dalla pandemia, il valore complessivo del mercato è sceso a 535 mln di euro nel 2022 con un drammatico calo del 22% rispetto all’anno precedente”.

Per quanto riguarda, infine, il numero degli occupati nel settore i numeri si leggono da CRTV dove il totale al 2019 (riferito alle sole e specifiche attività radiofoniche) è di oltre 3.100 addetti, dei quali 721 mila per le radio private nazionali, 1.633 nelle radio locali e 761 per quanto riguarda il servizio pubblico ( su un totale di oltre 12 mila persone).

La radiofonia cresce in termini economici e pure in termini di ascoltatori che, peraltro, mutano la loro fisionomia e abitudini di consumo del mezzo nelle diverse dimensioni di luogo, di spazio, di tempo e di tipologia di device. Leggiamo ancora CRTV: “Nel primo semestre 2022, il totale degli ascoltatori radio nel giorno medio è pari a 33,6 milioni, in calo del 2,4% rispetto a quello precedente (34,5 milioni in H2-2021) ma in aumento dell’1,3% rispetto all’omologo 2021 (33,2 milioni in H1-2021)”. Da osservare che nello stesso semestre il giorno medio per la Tv è pari a 40,1 mln con una diversa metodologia di rilevamento (per la tv i dati si rilevano con il pubblico di età superiore ai 4 anni). Ma nella “misurazione” dei radioascoltatori sfuggono dati difficili da individuare puntualmente e che si riferiscono all’ecosistema della radiofonia riferita all’ascolto attraverso il Web oppure, ancora più complesso da quantificare per il valore economico, attraverso l’ascolto di “prodotti radiofonici” non lineari come i podcast. La rivista specializzata Wired ha riportato i dati di una ricerca NielsenIQ per Audible dove si legge che “Il 2022 non ancora concluso registra già un incremento nel consumo di podcast del 7% rispetto allo scorso anno, a conferma di un trend positivo che negli ultimi 6 anni non ha mai arrestato la sua corsa. Sono 15,4 milioni gli italiani che nel 2022 hanno ascoltato almeno una volta un podcast, rispetto ai 14,5 dell’anno precedente”.

C’è poi da aggiungere un nuovo territorio che la radiofonia sta esplorando e dove conquista spazio: il DAB (Digital Audi Broadcasting). Secondo quanto riportato da uno studio GFK Itala per DAB Italia “Sono oltre 8 milioni i possessori di un ricevitore digitale DAB+ tra quelli domestici e quelli integrati nell’impianto infotainment dell’auto, ma entro l’anno sorpasseranno la soglia di 9 milioni” e, tra questi “L’82% di chi possiede un ricevitore radio digitale ascolta abitualmente i programmi DAB+, tra questi, ben il 40% in modo prevalente o esclusivo. Il 52% ascolta la radio digitale DAB+ tutti i giorni più volte al giorno, maggiormente al mattino tra le 5 e le 13. Solo il 18% continua a preferire un ascolto analogico (FM) dei programmi radiofonici prevalentemente perché la propria radio preferita è locale e non ancora diffusa in digitale”.

Infine, interessante leggere quanto riportato da una recente ricerca Samsung Trend Radar dove si legge che “ Il 79% degli italiani ascolta la radio quasi tutti i giorni. La musica, con le playlist preferite, viene riprodotta sui propri device nel 70% dei casi. I podcast sono più amati tra i più giovani: li predilige il 36% degli intervistati appartenenti alla Generazione Z . Lo smartphone è lo strumento preferito per ascoltare più contenuti: il 77% degli interpellati utilizza il proprio telefono per ascoltare musica e playlist. Intrattenimento, relax, evasione e necessità di informarsi determinano il successo della crescente riproduzione di contenuti audio. Secondo l’83% degli italiani, gli audiolibri contribuiscono a una diffusione maggiore di letteratura e cultura” …” L’ascolto della radio (almeno una volta a settimana) aumenta all’aumentare dell’età: i principali fruitori di contenuti radiofonici hanno un’età compresa tra i 45 e i 54 anni (oltre l’89%). Opposta invece la tendenza per musica, podcast e audiolibri, che sono prediletti dai più giovani, dimostrando così la forte inclinazione delle nuove generazioni verso contenuti meno tradizionali. I podcast, su tutti, confermano il proprio potenziale raggiungendo percentuali di ascolto del 36% nella fascia d’età corrispondente alla Generazione Z, contro l’11% della fascia 55-64 anni”.

Segue …

Patrizio Rossano

Giovani, Destra e dieta mediatica

Sedimentata la tensione politica del dopo 25 settembre e in attesa di sapere quale potrà essere il futuro del nuovo Governo, è ora possibile fare qualche sommaria riflessione su una relativa novità emersa in questa competizione: nello stesso momento in cui le Camere si sono ridotte di 345 parlamentari hanno votato per la prima volta una fascia consistente di “giovani” con la riduzione a 18 anni per il Senato.

Secondo il Ministero dell’Interno “Del corpo elettorale fanno parte 2.682.094 maggiorenni che per la prima volta, dopo la recente modifica dell’art. 58 della Costituzione, potranno votare non solo per la Camera dei Deputati, ma anche per eleggere il Senato della Repubblica. Dei giovani elettori le donne sono 1.302.170 e gli uomini 1.379.924” https://dait.interno.gov.it/documenti/dossier-elezioni-politiche-2022.pdf . Totale elettori: 46,1 mln, totale  votanti 29,4 mln, schede bianche e nulla circa 1,3 mln.

Le nuove generazioni digitali hanno allargato la base di riferimento, hanno preso consistenza ed hanno contribuito in modo importante alla formazione del nuovo quadro politico. Giovani, Destra e dieta mediatica: quali relazioni sociali e politiche possono intercorrere tra questi soggetti nell’epoca della post pandemia, della guerra e alla luce della recente consultazione elettorale? Non vogliamo sostenere tesi già precostituite ma proporre elementi di riflessione, a partire dalle definizioni e qualificazioni dei cosiddetti “giovani” laddove spesso si sottintende una dimensione e un significato non sempre univoco e condiviso.

Anzitutto, a chi ci si riferisce quanto si parla di “giovani” e quali sono i tratti salienti che li possono descrivere, seppure sommariamente? Limitiamo il campo di osservazione alle generazioni comparse a cavallo tra la fine del secolo scorso e quelle che hanno votato al Senato per la prima volta alle elezioni politiche 2022. Consideriamo dunque la coda lunga dei cosiddetti “Millennials” cioè i nati tra il 1990 e il 1996 (Pew Research Center) e una parte della “Generazione Z” ovvero i nati tra il 1997 e il 2012 (Treccani). Si tratta dei segmenti anagrafici entro i quali si può circoscrivere, seppure per certi aspetti arbitrariamente, la fascia dei cosiddetti “giovani” cioè quella compresa nella popolazione di età tra i 18 e i 34 anni. Utile osservare, ad esempio, che si tratta della suddivisione utilizzata da Auditel che nel Report settimanale Total Audience  su otto fasce ne rileva due di nostro interesse: una compresa tra i 15 e 24 e l’altra tra i 25 e i 34 anni. Per la Rai si tratta dell'8%, per Mediaset del 12% del totale.

In base all’ultimo censimento ISTAT, ( https://www.istat.it/it/archivio/264511#:~:text=Al%2031%20dicembre%202020%2C%20data,al%202019%20(%2D405.275%20individui) al 31 dicembre 2020, la popolazione in Italia conta 59.236.213 residenti dei quali 10.345.102 di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Come si caratterizzano questi aggregati? Secondo una recente indagine IPSOS si tratta di individui “ … Cresciuti con la tecnologia, la usano per connettersi agli altri in modi nuovi. Sono globali, aperti, appassionati, tendenzialmente inclusivi. Cercano legami e alleanze tra loro, aspirano a sostenere gli altri, per dare valore alle persone e non con il solo fine di mostrarsi. Egocentrici e frangibili, sono allo stesso tempo caparbi e, a loro modo, utopisti. Vorrebbero fare la cosa giusta e, a differenza di altre generazioni, non sono ancora stanchi di provarci” e dalla pandemia “…sono usciti più riflessivi (41%) e più sfiduciati (41%). Quasi un terzo dei giovani si sente più fragile (31%), mentre il 28% si dice più sedentario e, un altro 28%, più triste. La pandemia ha reso i ragazzi maggiormente monadici, con il 44% che si sente escluso dalla società. Allo stesso tempo gli under 25 anni non sono una generazione che si vuole arrendere. Rispetto ai loro genitori mostrano il doppio del coraggio (14% contro il 6%) e della profondità (18% contro il 9%), ma, soprattutto, vogliono impegnarsi per cambiare la realtà (74%)”.

Altre connotazioni invece per i “millennials”: secondo una ricerca Nielsen del 2015 (individui tra i 18 e i 35 anni) si tratta di circa 11 mln di persone che in età adulta hanno cominciato ad avere a che fare con Internet ed emerge che “il 76% di loro (8,4 milioni) è abitualmente connesso. Ogni mese trascorrono online un tempo pari a 66 minuti e 34 secondi di cui gran parte attraverso dispositivi mobili (18 minuti e 36 secondi da PC, 49 minuti e 30 secondi da smartphone e 29 minuti e 24 secondi da tablet)”. Si tratta della generazione altrimenti definita come “nativi digitali” o pure “always connected”.

Il device per eccellenza dei Millennials è lo smartphone sul quale trascorrono mediamente 2 ore e 41 minuti al giorno. Attraverso questi mezzi rimangono connessi a Internet il 69% del tempo (social network e istant messagging, app, giochi e video), il 14% in più rispetto alla media italiana” (https://it.press.yahoo.net/post/120091881337/una-ricerca-di-yahoo-commissionata-a-nielsen-ci ).

Trasversale a questi due grandi aggregati e di evidente rilevanza sociale e politica si colloca la cosiddetta “generazione NEET” cioè Not in Education, Employment or Training ovvero coloro che non lavorano e non occupati in alcuna attività scolastica o formativa. Secondo l’ultimo Rapporto del Ministero per le politiche giovanili ( https://www.politichegiovanili.gov.it/media/fodnvowp/piano_neet-2022_rev-gab.pdf ) in Italia i NEET  “… nella fascia d’età 15-34 anni sono complessivamente più di 3milioni, con una prevalenza femminile pari a 1,7 milioni. Dopo la Turchia(33,6%), il Montenegro (28,6%) e la Macedonia (27,6%), nel 2020 l’Italia è il Paese con il maggior tasso di NEET in Europa”. A proposito di condizioni economiche, l’ultimo rapporto ISTAT dello scorso luglio indica in circa 1,1 milioni i giovani tra i 18 e i 24 anni considerati poveri assoluti, che passano dal 3,1% del 2005 all’11% dello scorso anno.

 Esiste poi un micro segmento, stimato in Italia in circa 100 mila individui, i cosiddetti Hikikomori: si tratta di una tipologia di giovani che se pure numericamente possono essere poco significativi per altro rispecchiano una vasta area grigia di malessere giovanile. Sono sempre in casa da almeno 6 mesi, privi di ogni relazione sociale esterna se non con i propri familiari e non necessariamente associati a disturbi di tipo psicotico ( https://www.stateofmind.it/2022/06/hikikomori-neet/,comparso).  

Dentro i numeri e le statistiche che definiscono i “giovani” ci sono i comportamenti, gli stili di vita, le condizioni economiche e sociali, i linguaggi e le relazioni tra loro e le istituzioni e, di conseguenza,il loro comportamento elettorale. Nei giorni scorsi è stato pubblicato un articolo a firma Fulvia Caprara su La Stampa che  fotografa bene la situazione: “Generazione disagio” e si riferisce al catalogo di difficoltà, disturbi della personalità, e patologie varie che il cinema (e la televisione) espongono a tal punto da far ritenere che possa essere in corso una vera e proprio epidemia generazionale ed esistenziale. Secondo quanto pubblicato nell’indagine “I giovani ai tempi del Coronavirus”, condotta da IPSOS per Save the Children su un campione di adolescenti tra i 14 e i 18 anni si legge che sono “Stanchi, incerti, preoccupati, irritabili, ansiosi, disorientati, nervosi, apatici, scoraggiati: questo è ciò che gli adolescenti hanno affermato di provare nel periodo più intenso del lockdown. Rispetto alla sfera della socialità per quasi 6 studenti su 10 (59%) la propria capacità di socializzare ha subito ripercussioni negative, così come il proprio umore (57%) e una quota non molto inferiore (52%) sostiene che le proprie amicizie sono state messe alla prova”.

Dunque, ci riferiamo ad una parte consistente di popolazione attenta e presente che solo in parte ha partecipato alle recenti elezioni politiche. Vediamo i dati conosciuti. Per quanto riportato da una indagine IXE (https://www.istitutoixe.it/newsletter/2022/20220926_Flussi.pdf ) si legge che nelle due fasce (18/24 ) e 25/34 l’astensione è stata pressoché analoga a quella della media nazionale intorno al 40% mentre sono significative le differenze nel voto verso i diversi partiti/schieramenti. Secondo IPSOS di Nando Pagnoncelli il 42% degli aventi diritto nella fascia 18/34 anni non si è recato a votare. È la quota più alta rispetto agli altri segmenti, ha votato in maggioranza per l’area centro sinistra (32,9%) e si inserisce nella quota più bassa di partecipazione al voto della storia repubblicana (63,8%). Anche Opinio Italia, per conto Rai, ha confermato questo dato che vede i giovani (sempre nella fascia 18/34 anni) votare centro sinistra. Renato Mannheimer, noto sondaggista, ha osservato: “Da dieci anni il dato si conferma: i giovani non partecipano al voto perché non trovano un’offerta di loro interesse”. Secondo quanto riportato invece da SWG e YouTrend la partecipazione al voto dei giovani (sempre nella stessa fascia di riferimento 18/34 anni) “il dato sull’astensionismo è praticamente in linea con quello complessivo. Anzi, secondo SWG, è stato leggermente superiore, arrivando al 37% (+1% rispetto al dato generale). Questo nonostante, per una buona fetta di loro (grosso modo quelli tra i 18 e i 22 anni), si trattava del primo appuntamento con le urne per una tornata nazionale”. Per quanto riporta Skuola.net i giovani non hanno seguito le indicazioni dei partiti che hanno avuto maggiore esposizione mediatica.

Ora si pone il tema: come può avere influito sulla formazione “politica” dei giovani la dieta mediatica alla quale si sottopongono le generazioni che abbiamo considerato? Un luogo comune della narrazione su questo argomento vuole che i “social” siano i driver più rilevanti attraverso i quali si matura, si forma e prende consistenza il comportamento sociale che poi si riversa o meno nella urne.

Rispetto alla dieta mediatica dei giovani italiani, i dati più rilevanti si possono reperire attraverso l’ISTAT con la sezione “aspetti della vita quotidiana” (vedi http://dati-giovani.istat.it/Index.aspx e http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=23020 ), dove è possibile confrontare le variazioni 2021 sull’anno precedente per tutte le fasce di età interessate e per i diversi media (radio, televisione, internet).

Altra fonte di riferimento primario è il CENSIS con il Report Annuale sulla comunicazione (il prossimo è atteso fra poche settimane). Il 17° rapporto sulla Comunicazione del CENSIS – I Media dopo la Pandemia – pubblicato lo scorso dicembre riporta dati significativi sulla dieta mediatica dei giovani e si legge che “Tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nell’impiego dei media, in generale, e delle piattaforme online, in particolare. Il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze (rispetto al 23,4% riferito alla popolazione complessiva), il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter” mentre aumenta complessivamente l’utenza media per i diversi media (Tv, cellulare, internet, social, radio e libri) e diminuiscono invece quotidiani e periodici.

Infine, altra fonte importante che merita attenzione è quella fornita ogni anno dall’Istituto Toniolo con il Rapporto Osservatorio Giovani ( https://www.rapportogiovani.it/rapporto-giovani-2022/).

Rispetto alla domanda che abbiamo posto sulle possibili correlazioni tra stato sociale, culturale e risultato elettorale del 25 settembre, risulta complesso trovare facili e comode risposte. Il periodo entro il quale si forma una coscienza pubblica, politica e sociale, è da ricercare in un arco molto lungo dove il sistema mediatico interviene in quota parte, insieme agli altri istituti della socialità come la famiglia e la scuola. Non sono quindi sufficienti i dati statistici, i grafici e le tabelle a tracciare il quadro delle dinamiche in corso nella condizione giovanile. Però possono essere utili a mettere meglio a fuoco una parte fondamentale del Paese troppo spesso sottovalutata e se non peggio pressoché ignorata.

                                                                                                                                                                                        Patrizio Rossano  

Il nuovo Contratto di Servizio Rai

L’impegno più rilevante che il nuovo Governo dovrà affrontare sul fronte Rai subito dopo il canone riguarda il rinnovo del Contratto di Servizio. Le linee guida sono state tracciate e pubblicate, ora si tratta solo di “ricostituire” formalmente i soggetti maggiormente interessati: il MISE, il MEF (azionista di maggioranza) e la Vigilanza Rai.

Ora, i problemi sono due: il primo si riferisce alla nomina del prossimo Ministro dello Sviluppo Economico che dovrà intervenire direttamente sulle fasi successive di approvazione del Contratto. Le ultime notizie danno questa posizione in quota al partito di Berlusconi, dove sembra candidato Antonio Tajani che lascia bene intendere la rilevanza della partita (in subordine altro nome quotato è Alberto Barachini, ex presidente della Vigilanza Rai) . L’ex ministro Giancarlo Giorgetti, autorevole esponente del partito che più si è speso in campagna elettorale per l’abolizione del canone Rai potrebbe essere dirottato verso la presidenza della Camera o, in subordine al MEF, l’altro dicastero chiave che impatta sul futuro del Servizio Pubblico. Quale mandato politico, progettuale e programmatico avranno i due nuovi ministri verso il verso la Rai? Nel momento in cui scriviamo è ancora tutto in trattativa.

Il secondo problema riguarda la Vigilanza Rai: una volta insediato il nuovo Parlamento ridotto di 300 scranni, si dovranno applicare i nuovi regolamenti di funzionamento: il Senato ha già provveduto mentre la Camera, in mancanza di consenso unanime, a luglio scorso ha deciso che saranno i nuovi eletti a scrivere le norme aggiornate. Sono previste significative novità: il numero delle Commissioni permanenti sarà ridotto da 14 a 10  e il numero dei componenti necessario a formare un gruppo sarà ridotto da 10 a 6. Una volta varato pure il nuovo regolamento della Camera si dovrà procedere alla formazione delle Commissioni bicamerali dove già è noto che la Vigilanza Rai passerà da 40 a 30. Ancora non è risolto il nodo politico: da chi sarà presieduta?  Come saranno regolati i rapporti tra PD e M5S su questo argomento? La notizia del giorno è che per questa posizione il M5S ha espresso la sua richiesta di candidare l’ex ministro del MISE Stefano Patuanelli. Ancora presto per fare pronostici.

Questo il contesto entro il quale si dovranno scrivere i prossimi passaggi che porteranno al nuovo Contratto di Servizio e al successivo e subordinato Piano Industriale. Al momento, questi sono i documenti sui quali è fermo l’iter procedurale: a febbraio scorso il Cda Rai ha esaminato la prima bozza formale del nuovo Contratto articolato in quattro punti: la storia del CdS, il suo processo di scrittura, i contratti di servizio dei principali PSM europei e “linee guida: la visione Rai”. A pagina 7 del documento si legge che “Per farlo è necessario che il Contratto di Servizio venga costruito di pari passo col Piano Industriale, tenendo conto anche dei potenziali impatti collegati al PNRR, affinché questi strumenti strategici possano congiuntamente creare i presupposti per declinare puntualmente la missione di servizio pubblico e definirne la strategia” quando è noto che il Piano Industriale è un derivato del Contratto e non parallelo (vedi art. 25, let.u: “…: la Rai è tenuta a presentare al Ministero, per le determinazioni di competenza, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente Contratto nella Gazzetta Ufficiale, un piano industriale …”.

Per quanto riguarda invece i passaggi formali che si dovranno compiere, questo il crono programma:

·       Il Consiglio dei Ministri delibera gli «indirizzi» al MISE

·       AGCom definisce le linee guida (orientamenti) confinati agli indirizzi del MISE

·       MISE e RAI, sulla base delle linee guida, redigono una prima bozza

·       Ministro e C.d.A. approvano la bozza

·       Il MISE trasmette la bozza alla Commissione di Vigilanza per un parere obbligatorio ma non vincolante

·       MISE e RAI scrivono versione finale

·       Ministro e C.d.A. approvano testo finale

Per quanto è noto, siamo solo al completamento delle  prime due fasi con i rispettivi documenti proposti dal MISE (maggio scorso:  https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/tv/Atto_di_indirizzo_18_maggio_2022_RAI.pdf  ) e da AgCom (luglio scorso: https://www.agcom.it/documents/10179/27283847/Allegato+3-8-2022/98d16eff-7fe1-43ad-a888-653681b420cb?version=1.0 ).

Inoltre, per quanto riguarda invece il Piano Industriale valido per il prossimo triennio, siamo in grado di pubblicare un documento finora inedito presentato in Vigilanza Rai il 21 luglio scorso con il titolo “Piano Industriale 2023-25 e Focus sul Piano Immobiliare” (vedi https://cdn.gelestatic.it/repubblica/blogautore/sites/408/2022/07/rai-piano-industriale-immobiliare_compressed_compressed.pdf ) che, curiosamente, riporta un digital watermark de La Repubblica. Nella bozza di Piano vengono proposti i quattro obiettivi strategici:

1. Essere universale e rilevante su tutta l’audience recuperando centralità sui target più giovani (under 55) massimizzando la qualità del prodotto  2. Trasformare Rai in un azienda più agile, flessibile e produttiva innovando le nuove modalità di lavoro, le tecnologie e le modalità di utilizzo dei dati. 3. Recuperare l’equilibrio economico e raggiungere la sostenibilità finanziaria 4. Costruire un’azienda sostenibile nel futuro riducendo l’impatto ambientale, favorendo l’inserimento di nuove competenze digitali e processi di innovazione continua. Seguono poi i tre concetti fondamentali: Il Piano Industriale si sviluppa attraverso: profonda trasformazione, valorizzazione delle risorse umane, visione di lungo periodo.

Giunti a questo punto, per il nuovo Governo si tratta anzitutto di mettere in sincronia Contratto di Servizio e Piano industriale che, per come hanno viaggiato finora (vedi Piano Immobiliare e, in parte, il processo di cessione di Rai Way) non sono sembrati affatto seguire lo stesso calendario. A Viale Mazzini hanno forzato la mano su alcuni aspetti del Piano (anche riferiti al precedente dell’ex AD Salini: vedi riorganizzazione per generi) forse consapevoli dei prevedibili tempi più lunghi del Contratto ma, in questo modo, prefigurando scelte strategiche che potrebbero anche non essere perfettamente compatibili con il Contratto (vedi, appunto, la cessione di Rai Way).

Come è facile immaginare, i tempi per attuare i passaggi successivi potrebbero non essere immediati ed è verosimile supporre che il nuovo Governo vorrà e potrà intervenire nel merito di quanto già definito. La domanda è molto semplice: quale Rai si vorrà costruire per il prossimo futuro, in vista pure del rinnovo della Concessione prevista per il 2027? Su quali strumenti normativi si dovrà reggere (riforma della Governance) e su quali risorse potrà contare? Tanto per intenderci: nei documenti che vi abbiamo proposto (vedi prima bozza Rai e successivamente AgCom) si parla di “ … assicurare una maggiore cogenza degli obblighi assunti nel Contratto di servizio, in particolare attraverso l’introduzione di obiettivi misurabili …” ovvero i cosiddetti KPI su quali le opinioni (nonché gli impatti su Rai) sembrano alquanto divergenti sia per quanto configurano una asimmetria tra Rai e i suoi competitors e sia per quanto non sono affatto specificati i parametri di misura degli stessi.

Patrizio Rossano

La Rai prossima ventura ... come la BBC

26 settembre 2022 - Abbiamo scritto nel precedente articolo che la prima pagina della nuova Agenda Meloni dovrà necessariamente essere dedicata al problema canone Rai. Infatti, è inderogabile che entro la fine dell’anno si dovrà decidere  se proporre una deroga all’obbligo imposto da Bruxelles  di riscuotere la tassa sulla televisione in maniera diversa da quella attuale oppure inventarsi una nuova modalità che nessuno oggi è in grado di immaginare quale possa essere. Per quanto è facile constatare, è alquanto verosimile che la scelta sarà obbligata e propensa alla proroga. Il risultato delle elezioni, peraltro, ha reso più problematica una soluzione condivisa almeno nell’area della maggioranza che formerà il nuovo Governo. Come noto, Salvini non ha mai nascosto la sua intenzione di abolire il canone Rai, cosa che però non fa saltare dalla gioia il suo alleato politico Berlusconi, diretto concorrente  con la sua Mediaset che invece potrebbe avere tutto l’interesse a mantenere invariata la ripartizione attuale del mercato pubblicitario (vedi pure la recente revisione del TUSMAR).

In attesa che le acque politiche possano assestarsi e quindi far emergere i soggetti direttamente interessati (MISE, Economia e Vigilanza) vi proponiamo la lettura di un documento di grande interesse che è stato pubblicato a luglio scorso proprio a riguardo del tema canone: “HOUSE OF LORDS - Communications and Digital Committee  - 1st Report of Session 2022–Licence to change: BBC future funding”.  Oggetto del documento è la ricerca delle possibili forme di finanziamento della BBC per i prossimi anni in relazione alla nuova mission che l’Azienda radiotelevisiva pubblica inglese dovrà assumere per essere in grado di affrontare le nuove sfide editoriali e tecnologiche imposte dal mercato.

https://committees.parliament.uk/publications/23091/documents/169130/default/

Patrizio Rossano


L'Agenda RAI per il nuovo Governo

Se mai fosse esistita qualche pagina della cosiddetta “Agenda Draghi” dedicata alla Rai quasi certamente è andata persa oppure nessuno ricorda più cosa c’era scritto. Ora invece la nuova Agenda Meloni (ovvero l’Agenda del nuovo Governo) sul Servizio Pubblico è già pronta e il calendario degli appuntamenti già tutto occupato. Con almeno 5 pagine molto fitte.

Pagina n.1: il canone. Si tratta di un tema di assoluto rilievo strategico per il futuro della Rai. A maggio dello scorso anno sono arrivate le prime notizie da Bruxelles dove si leggeva che la riscossione del canone sarebbe dovuta avvenire in modo diverso da quello attuale, previsto dalla Legge 208 del 2015, dove si impone il pagamento attraverso la bolletta elettrica. Il provvedimento comunitario dovrebbe andare in vigore a partire dal prossimo anno ma, al momento, non è stato preso nessun orientamento e questa sarà il primo impegno del prossimo Governo. Si prospettano due possibilità: o si riesce a definire una nuova modalità di riscossione (che potrebbe anche essere la stessa di prima del 2015 con opportuni meccanismi di verifica e sanzione al fine di evitare il ritorno ad una massiccia evasione, stimata intorno al 25 %). Oppure, come sembra probabile in considerazione dei tempi istituzionali, proporre uno slittamento all’anno successivo, il tempo necessario ad inquadrare il “dossier” canone all’interno di una nuova normativa del Servizio Pubblico, peraltro tutta ancora da definire (vedi pagina 5).

Pagina n.2: rinnovo del Contratto di Servizio 2023-27. Le linee guida sono state tracciate e pubblicate: il Consiglio dei Ministri (maggio scorso) ha deliberato gli orientamenti necessari al MISE ai fini dell’accordo con AgCom. L’Autorità garante ha prima recepito (marzo) e, a sua volta, ha deliberato (luglio) gli indirizzi che ora sono tornati in parte al MISE e in altra parte a Rai. A questo punto, il Ministero e il vertice di Viale Mazzini dovranno redigere una prima bozza di Contratto che formalmente dovrà essere approvata e successivamente trasmessa alla Commissione Parlamentare di Vigilanza che a sua volta dovrà esprimere un parere obbligatorio ma non vincolante. Subito dopo, MISE e Rai redigono il testo finale che dovrà essere approvato dal Cda Rai e dal Ministro in carica. Il ministro in carica nel governo precedente era Giancarlo Giorgetti, espresso dal partito che in questo momento, in piena campagna elettorale, ha ribadito la nota opposizione al canone Rai, il pilastro sul quale si regge tutta l’architettura del nuovo Contratto di Servizio. È immaginabile che il nuovo Governo possa intervenire per modificare in tutto o in parte il lavoro finora svolto?

Pagina n. 3: rinnovo del Piano Industriale. Quello attuale formalmente scade quest’anno ed è stato varato dal precedente Cda Rai targato Salini ed è derivato e subordinato al Contratto di Servizio che ne fissa gli orientamenti strategici (art. 25, Obblighi specifici, lettera u). Si trattava di un Piano robusto ed ambizioso rimasto per molti aspetti inapplicato. È stato ripreso dall’attuale AD Carlo Fuortes per la parte relativa alla riorganizzazione per generi lasciano del tutto disattesa la parte relativa all’informazione: il noto allegato 4. “Pian per l’informazione Rai 2019-21”. Al momento, risulta nota la versione presentata in Vigilanza lo scorso 21 luglio “Piano Industriale 2023-25 e Focus sul Piano Immobiliare” dove si legge che “Il contratto di servizio 2023-28 pone al centro dello sviluppo di Rai gli obiettivi di rilevanza, inclusività, credibilità, responsabilità e sostenibilità… La sfida del prossimo Piano Industriale sarà trasformare Rai in un’azienda media digitale integrata capace di competere nel mondo digitale… Il Piano Industriale si sviluppa attorno a tre concetti fondamentali: profonda trasformazione, valorizzazione delle risorse umane, visione di lungo periodo”.

Pagina n.4: cessione della quota residua di Rai Way. Dopo il DPCN del Governo (febbraio scorso) dove si consentiva la “… la diminuzione della partecipazione di RAI S.p.A. nel capitale di RAI WAY S.p.A., nel quadro del mantenimento del controllo di un’infrastruttura strategica per il Paese” il progetto è rimasto stand by in attesa della definizione di passaggi cruciali, primo tra tutti la governance del futuro “polo delle torri”. Sono state ipotizzate due soluzioni: la prima prevede la costituzione di una nuova società della quale faranno parte i soggetti interessati (EiTowers) che poi si dovrebbe quotare sul mercato azionario; la seconda ipotesi prevede una fusione per incorporazione di Ei Towers in Rai Way attraverso un scambi azionario. In entrambe le soluzioni il passaggio ancora non definito è la composizione del board. Mediaset segue con particolare attenzione questa vicenda.

Pagina n. 5: riforma della Rai. È l’ultima pagina, la più complessa ma forse la più rilevante: si tratta di aggiornare e rivedere complessivamente la Legge Gasparri (la n. 112 del 2004) che ha “riordinato il sistema radiotelevisivo”. Sono rimasti nei cassetti della Commissione Lavori Pubblici del Senato diverse proposte di Legge per la revisione della Governance Rai in grado di superare la precedente Legge 220 del 2015 che ha definito i criteri di nomina del Cda Rai. Il dibattito in Aula si è arenato quando è stato fatto un tentativo di riunificare i testi presentati in unico disegno.

Patrizio Rossano